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Costretto alla chiusura

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Marocco, febbraio 2010 - “Non nutro più alcuna illusione. Siamo alla fine”, commenta Abubakr Jamai, uno dei fondatori e dei maggiori azionisti del settimanale. “Le Journal è condannato a morte”, constata Ali Amar, uno dei vecchi direttori della pubblicazione. Un articolo di Le Monde sulla chiusura de Le Journal Hebdomadaire, tradotto in italiano da Jacopo Granci



Le Journal Hebdomadaire costretto alla chiusura


Articolo pubblicato da Le Monde il 1° febbraio 2010



In Marocco la situazione dei diritti dell’uomo si è “globalmente deteriorata nel corso del 2009, sebbene il Paese sia riuscito a conservare una società civile dinamica e una stampa indipendente”. L’ironia del caso ha voluto che proprio il 27 gennaio, giorno in cui Human Rights Watch ha pubblicato questo rapporto, nell’insieme piuttosto critico, gli uscieri del tribunale di Casablanca siano arrivati alla redazione di Le Journal Hebdomadaire per mettere i sigilli, condannando ad una fine certa il giornale di attualità più celebre del regno.
“Non nutro più alcuna illusione. Siamo alla fine”, commenta Abubakr Jamai, uno dei fondatori e dei maggiori azionisti del settimanale. “Le Journal è condannato a morte”, constata Ali Amar, uno dei vecchi direttori della pubblicazione. L’intervento degli uscieri, tuttavia, non sembra una novità inattesa. Già il 25 gennaio la giustizia aveva ordinato il sequestro dei beni di Trimedia, la società editrice del giornale, in seguito al mancato pagamento dei debiti accumulati nei confronti della Cassa di previdenza sociale e dell’Ufficio delle imposte. “Il debito totale oltrepassa i 5 milioni di dirham (450 mila euro)”, fa notare Abdelkebir Tabih, uno degli avvocati dell’amministrazione marocchina coinvolto nella vicenda.
Senza contestare l’oggettività del debito (e degli errori di gestione commessi), i responsabili di Le Journal sono del parere che, dietro alle richieste dei creditori, si nascondano i consiglieri del re Mohamed VI, decisi a far tacere un giornale notoriamente troppo critico. “Nei mesi scorsi avevamo trovato un accordo con la previdenza sociale, che ci aveva concesso la possibilità di un pagamento dilazionato”, assicura Jamai. “Nel corso dell’ultimo anno la nostra situazione economica stava migliorando. Anche gli annunci pubblicitari tornavano ad essere numerosi. Ma la pressione del Palazzo ha scatenato un nuovo boicottaggio e questo ha segnato la vera condanna a morte del giornale”.

Editoriali al vetriolo
In tutta la sua storia Le Journal non si è mai mostrato compiacente nei confronti del regime. Fondato con scarsi mezzi economici nel 1997 (due anni prima della morte di Hassan II), sull’onda delle aperture concesse al tempo dalla monarchia, il settimanale è subito divenuto un simbolo della “primavera marocchina”, al di là delle frontiere nazionali. Non ha esitato, per esempio, a dare la parola a Mohamed Abdelaziz, capo del Fronte Polisario e nemico acerrimo del regno alawita. Il successo di vendite incontrato agli esordi (50 mila copie), però, non è durato a lungo. Il tono intransigente e gli editoriali al vetriolo scagliati contro il Palazzo e l’affarismo monarchico sono valsi al giornale numerosi processi ed hanno allontanato dalla pubblicazione sia gli introiti pubblicitari sia buona parte dei lettori. Negli anni Le Journal ha così perso la leadership della stampa nazionale francofona.
La vicenda si è conclusa venerdì 29 gennaio, quando i conti bancari di Abubakr Jamai e Ali Amar sono finiti sotto il sequestro dell’autorità giudiziaria. “Possono perfino arrestarci. Ormai sono pronto a tutto”, si lascia andare Jamai, insignito nel 2003 del Premio internazionale per la libertà di stampa.

Jean-Pierre Tuquoi


 
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