Orient XXI, 9 aprile 2015 (trad. ossin)


Il Mossad e l’assassinio di Mehdi Ben Barka

Idith Fontaine


Quasi cinquant’anni dopo la morte di Mehdi Ben Barka, due giornalisti israeliani hanno pubblicato una lunga inchiesta sulla complicità dei servizi segreti israeliani nell’assassinio dell’oppositore marocchino


Quando venne rapito vicino alla Brasserie Lipp di Parigi, il 25 ottobre 1965, il leader dell’opposizione in esilio, Mehdi Ben Barka, presiedeva il comitato preparatorio della Conferenza di solidarietà dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, che avrebbe dovuto riunire nel gennaio 1966 a La Havana molte organizzazioni rivoluzionarie del Terzo Mondo, in lotta contro l’imperialismo statunitense in Vietnam, nella Repubblica Domenicana e altrove. Era dunque un bersaglio privilegiato, non solo dei servizi segreti del suo paese, ma anche di quelli dei paesi del “mondo libero” che contrastavano i movimenti di liberazione.

Nella lunga inchiesta pubblicata sul sito del quotidiano israeliano Yediot Aharonot, i due giornalisti Ronen Bergman e Shlomo Nakdimon svelano la complicità del Mossad nell’eliminazione dell’oppositore marocchino. Riportiamo qui alcuni estratti di questa inchiesta fiume, sviluppata sull’analisi di documenti segreti del Mossad e dell’ufficio del primo ministro israeliano, oltre che su una serie di colloqui svolti nel corso degli anni, soprattutto con uno dei protagonisti dell’epopea della Intelligence israeliana, il capo del Mossad Meir Amit.


Collaborazione tra i servizi segreti francesi e israeliani

Fin dall’inizio degli anni 1960, il Mossad fissò a Parigi la sua filiale europea.

    All’inizio il Mossad fornì ai Francesi informazioni sull’organizzazione clandestina (il Fronte di Liberazione Nazionale algerino – FLN). In seguito i nostri agenti hanno anche trasferito armi – fucili d’assalto, pistole ed esplosivo – per realizzare un certo numero di operazioni dei Servizi francesi al Cairo contro di essa.

(…)

   “Io ero favorevole alla impostazione di rapporti personali con il capo della Intelligence francese”, ci ha detto l’ex capo del Mossad Meir Amit prima di morire. “Io, direttore del Mossad, avevo degli incontri personali con lui, per realizzare un’alleanza fondata su interessi comuni”.

Tutti pensavano che, da Parigi, si aprisse la strada verso l’Africa e l’Asia, e il Mossad era diventato uno dei servizi più attivi in quelle regioni. Gli accordi prevedevano generalmente un aiuto militare israeliano e una formazione dei servizi di informazione locali (talvolta la creazione ex nihilo). In cambio al Mossad era consentito di agire in questi paesi in una libertà quasi totale, e raccogliere informazioni sui paesi arabi e sulle attività del blocco sovietico (informazioni condivise con gli Stati Uniti). Tra di esse, l’alleanza più importante fu quella con i servizi turchi, iraniani ed etiopi(…).


La vicenda “Baba-Batra”

I due giornalisti israeliani affermano che la collaborazione coi servizi marocchini – la vicenda “Baba-Batra”(1) - avrebbe avuto inizio nel 1960, prima della salita al trono di Hassan II. Agli occhi del Mossad, il Marocco costituiva un “obiettivo” desiderabile per diverse ragioni: il paese dello sceriffato era un paese arabo moderato, in stretti contatti coi suoi maggiori nemici arabi, e “relativamente filo-occidentale”. Ma il Marocco era “desiderabile” anche per la sua comunità ebraica.

Nel 1961,

    Israele chiese al re del Marocco di consentire agli ebrei del suo paese di emigrare in Israele. Mohammed Oufkir, responsabile dei servizi segreti marocchini, concluse l’accordo con gli emissari del Mossad: 250 dollari per ogni ebreo. I fondi per gli 80.000 ebrei vennero così trasferiti, in sacchi da un quarto di milione di dollari ciascuno, su un conto segreto in Europa.

(…)

    Oufkir e il suo fedele luogotenente Ahmed Dlimi erano preoccupati per i diversi tentativi dell’Egitto e dell’Algeria di destabilizzare Hassan II. Gli Egiziani e gli Algerini avevano aiutato elementi dell’opposizione e le ambasciate marocchine in questi paesi avevano subito ripetute intrusioni (…) “Possiamo e vogliamo aiutarvi”, disse il capo del Mossad Meir Amit, durante un incontro col re Hassan II.
    
    La proposta venne accettata. Israele trasmise informazioni ai servizi di intelligence marocchini, addestrò dei piloti e fornì anche molte armi all’esercito locale. In cambio Israele ebbe la possibilità di avere contatti con alcuni prigionieri egiziani, che avevano aiutato gli Algerini e stavano in prigione, nonché la possibilità i esercitarsi contro aerei e tank sovietici, come quelli in possesso dei vicini nemici di Israele. Israele aprì anche un ufficio permanente nella capitale Rabat.

(…)

    La cooperazione col Marocco conobbe il suo apogeo nel settembre 1965. Era stato organizzato un summit della Lega araba a Casablanca per discutere la creazione di un comando arabo congiunto in vista di una futura guerra con Israele. Il re Hassan II, che si fidava poco dei suoi ospiti, consentì al Mossad di sorvegliare strettamente la conferenza.

Un gruppo dell’unità Tziporim (2) si recò a Casablanca e i Marocchini misero in sicurezza per loro tutti i mezzanini dell’hotel. Un giorno prima della conferenza, il re ordinò al Mossad di lasciare l’hotel, per paura che incrociassero gli invitati arabi.

“Ma subito dopo la conferenza, ci hanno fornito tutte le informazioni necessarie, senza nasconderci nulla”, spiega l’ex agente del Mossad Rafi Eitan.

Nel corso della conferenza, alcuni comandanti degli eserciti arabi avevano riconosciuto che le loro forze non erano ancora pronte a vincere una nuova guerra contro Israele, e avevano condiviso altre informazioni che avrebbe permesso a Israele di riportare una vittoria schiacciante durante la guerra a sorpresa del 1967. Ma, nel mondo dei Servizi, non si fanno mai regali, spiegano i giornalisti di Yediot Aharonot, e gli Israeliani si videro costretti a rimborsare rapidamente il loro debito. Questa volta, il bersaglio dei Marocchini era niente di meno che Medhi Ben Barka. Dopo il suo esilio, il generale Oufkir e Ahmed Dlimi avrebbero chiesto a Israele di aiutarli a rintracciarlo.

    “Questa richiesta di aiutarli a sbarazzarsi dell’obiettivo sembrava naturale”, ci ha confidato poi Meir Amit. “Occorre ricordare che il loro sistema di valori è diverso dal nostro. Noi eravamo posti di fronte a un dilemma: aiutarli e farci coinvolgere o rifiutare e mettere in forse alcuni obiettivi nazionali della massima importanza. La decisione fu chiara e netta: restare fedeli ai nostri principi di non impegnarci in un aiuto diretto, ma inserirlo nell’ambito delle nostre attività regolari congiunte”.

(…)

    Il primo compito del Mossad fu di ricercare l’uomo che i Marocchini avevano difficoltà a localizzare. Alcune informazioni giunte al Mossad riferivano che Ben Barka era abbonato ad alcune riviste straniere, tra cui il settimanale ebraico britannico, The Jewish Observer.

Viaggiando molto, Ben Barka aveva l’abitudine di ricevere la sua corrispondenza ad un recapito postale di Ginevra, dove si recava occasionalmente per ritirare le lettere. Il Mossad fornì l’indirizzo del recapito postale a Dlimi. Tutto quello che restava da fare per gli agenti marocchini era di effettuare una sorveglianza 24 ore su 24 per due settimane, fino a quando il loro obiettivo non fosse comparso.

    Ma ai Marocchini ciò non bastava. Il 1° ottobre 1965, chiesero agli agenti parigini del Mossad di affittare un locale da utilizzare come nascondiglio e di fornire loro del materiale per travestirsi, dei trucchi e dei falsi passaporti. Volevano inoltre che Israele pedinasse il loro obiettivo per conto loro e li consigliasse sul modo migliore di spedire Ben Barka all’altro mondo.

    Secondo il protocollo di incontri tra Meir Amit e il presidente Levi Eshkol, Amit poté informare il Primo Ministro della partecipazione del Mossad non prima del 4 ottobre… Per addolcire la pillola, Amit gli riferì per prime alcune buone notizie, in particolare le preziose informazioni raccolte al summit di Casablanca.

(…)

    Poi vennero le notizie meno buone:
“Che vogliono?” chiese Eshkol.
“Una cosa semplicissima: che gli consegniamo Mehdi Ben Barka”, rispose Meir Amit.
L’hanno trovato a Parigi e il re Hassan II ha ordinato di eliminarlo. Sono venuti da noi e hanno detto: “Voi siete dei professionisti, suvvia! Non vogliamo che lo facciate voi, ma aiutateci”.

(…)

    Il capo del Mossad considerò la possibilità di “lasciar pisciare”, vale a dire di guadagnare tempo nella speranza che il problema si risolvesse da solo. Questo avrebbe anche potuto significare di telefonare a Ben Barka e avvertirlo di scapparsene.

(…)

Amit disse a Eshkol:

    “Non prenderò alcuna iniziativa senza avvertirti… Il problema adesso è di trovare il modo di uscircene, non di sapere come ci sono entrato. I Marocchini non sapranno farlo, non è una cosa semplice… Volevo che lo sapessi… Per contro non possiamo più dare loro l’idea che ci sottraiamo…”

Il 12 ottobre, Dlimi avrebbe chiesto a Israele di fornirgli dei falsi numeri di targa e del veleno. Ma il Mossad acconsentì a fornire le targhe false, a condizione che i Marocchini utilizzassero delle auto a noleggio.

La mattina del 29 ottobre 1965 Ben Barka giunse a Ginevra, munito di un passaporto diplomatico algerino, e andò direttamente alla Brasserie Lipp dove doveva fare colazione con un giornalista francese. Ignorava del tutto che questo giornalista era solo un’esca per attirarlo in trappola.

    Secondo Ben-Nun, fu un’idea del Mossad. Non lontano dal ristorante, due poliziotti francesi – mercenari pagati da Dlimi – gli chiesero di seguirli. Ben Barka venne rapidamente portato in un appartamento di Fontenay le Vicomte, dove Dlimi cominciò a torturarlo severamente.

    Il 1° novembre, quando Ben Barka era ancora vivo, Dlimi chiese alla delegazione del Mossad di Parigi di procurargli, per la sera del 2 novembre, del veleno e due falsi passaporti stranieri supplementari, dei badili e “qualcosa per cancellare le tracce”.

(…)

    Eliezer Sharon (3) ci ha detto prima di morire quello che gli avevano raccontato i Marocchini dopo i fatti: “Hanno riempito d’acqua una bagnarola. Dlimi ha afferrato la sua testa e voleva fargli confessare alcuni dettagli. Ogni volta che Ben Barka tirava la testa dall’acqua, sputava e ingiuriava il re. Gli hanno trattenuto la testa nell’acqua un po’ troppo, fino a che non è diventato completamente blu”.

(…)

    Quando Ben Barka non è più rinvenuto dopo l’ultima immersione, i Marocchini sono entrati nel panico: che cosa ne avrebbero fatto del corpo di quel leader arabo tanto conosciuto a Parigi? “Quando è morto – ricorda Eliezer Sharon, i Marocchini se la sono fatta sotto”.

Dopo una chiamata terrorizzata di Dlimi, il Mossad inviò degli specialisti nell’appartamento. Secondo lo storico Yigal Ben-Nun, gli agenti del Mossad non erano preparati ad una simile situazione. Fu necessario far venire altri agenti da altri posti d’Europa.

      Essi avvolsero il corpo e lo nascosero nel bagagliaio di un’auto.

    Qualcuno si ricordò che lì vicino c’era una foresta; decisero di seppellirvi il corpo di Ben Barka. Giunsero nella foresta di Saint-Germain di notte, accompagnati dalle guardie, scavarono una buca profonda e seppellirono il corpo. Poi sparsero su tutta la zona un prodotto chimico che doveva sciogliere il corpo, particolarmente attivo a contatto con l’acqua. Presto cominciò una forte pioggia, e dunque non è rimasto granché di Ben Barka.

    In seguito su quei luoghi è stata costruita un’autostrada e quel che resta del corpo di Mehdi Ben Barka è sepolto là sotto.

Se è legittimo porsi degli interrogativi sulla veridicità delle confessioni raccolte dai giornalisti israeliani, si può per contro affermare che il mistero sulla morte di Mehdi Ben Barka va piano piano chiarendosi.


Note:

(1) Il nome col quale il primo ministro Lévi Eshkol chiamava la collaborazione col Marocco, che comprendeva l’eliminazione di Mehdi Ben Barka. «  Baba Batra  » è il nome aramaico del trattato talmudico dedicato alle responsabilità giuridiche.

(2) « Gli uccelli » in ebraico.

(3) Agente del Mossad.




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