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Le milizie seminano ancora il terrore in Libia

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 Libia, gennaio 2012 - Esasperati per il clima di terrore che regna nella loro città, ieri (1 gennaio 2012) gli abitanti di Bengasi sono scesi numerosi in piazza per gridare la loro rabbia. Le nuove autorità libiche fanno ogni sforzo per ristabilire la sicurezza nel paese ma continuano a scontrarsi con lo spinoso problema delle milizie armate che non vogliono deporre le armi (nella foto, manifestazione a Bengasi)






El Watan, 2 gennaio 2012 (trad. Ossin)



Le milizie seminano ancora il terrore in Libia
Zine Cherfaouni


Esasperati per il clima di terrore che regna nella loro città, ieri (1 gennaio 2012) gli abitanti di Bengasi sono scesi numerosi in piazza per gridare la loro rabbia.
Le nuove autorità libiche fanno ogni sforzo per ristabilire la sicurezza nel paese ma continuano a scontrarsi con lo spinoso problema delle milizie armate che non vogliono deporre le armi


Prova della precarietà e incontrollabilità della situazione, un gruppo armato libico ha dirottato sabato, con sconcertante facilità, una pattuglia tunisina sulla frontiera libico-tunisina. Tre agenti della pattuglia sono scampati in extremis alla trappola, mentre un quarto è rimasto sequestrato per un’intera giornata prima di essere rilasciato ieri. L’”incidente”, denunciato con veemenza da Tunisi, si è verificato alla vigilia di una visita del presidente tunisino a Tripoli. Esasperati dal clima di terrore che regna nella loro città, gli abitanti di Bengasi sono scesi numerosi in piazza per reclamare il disarmo immediato di queste milizie armate.

Raggruppatisi sulla piazza dei Martiri, migliaia di persone hanno così espresso il loro rifiuto verso ogni forma di porto illegale di armi nella città. “Esigiamo lo sradicamento di questo fenomeno (porto d’armi) in tutte le strade della città”, hanno gridato gli abitanti di Bengasi, invitando le “nuove autorità del paese ad accelerare la formazione dell’esercito nazionale libico”.

La popolazione di questa città – dove è cominciata la rivolta contro il regime di Gheddafi nel febbraio scorso – ha anche chiesto che il nuovo esercito “sia organizzato in modo da rispondere ai bisogni del nuovo Stato democratico, di uno stato di diritto e di giustizia, fondato su solide istituzioni e sicuro”.


La CNT sul banco degli accusati
Un collega libico, che lavora a Bengasi, ha raccontato ieri a El Watan che questa manifestazione, che ha richiamato diverse migliaia di persone, aveva anche come obiettivo di premere sul Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) perché avvii un “riassetto democratico”, allontanando dal potere le vecchie personalità del regime. La stessa fonte ha parlato anche di una crisi di fiducia della popolazione verso il CNT, al quale viene rimproverato di fare spesso di testa propria nel governo del paese. Detto ciò, questa non è la prima volta che gli abitanti delle grandi città libiche manifestano per denunciare gli abusi commessi quotidianamente dalle milizie armate.

Manifestazioni per reclamare il loro disarmo – si ricorda – hanno già avuto luogo il mese scorso a Tripoli e Bengasi. Davanti alla pressione della piazza, il nuovo Primo Ministro, Abdelrahim Al Kib, si era impegnato a occuparsi seriamente della questione, pur anticipando che il problema era “complesso”. Inoltre aveva promesso anche di pacificare la capitale prima della fine dell’anno 2011. Per risolvere il problema il governo libico aveva soprattutto proposto di integrare, a inizio anno 2012, circa 50.000 thowars (rivoluzionari) nei ranghi del nuovo esercito nazionale libico.

Ma occorre constatare che dopo più di un mese dalla sua elezione alla testa del governo, Al Akib sembra non avere alcuna forma di capacità di influenza sulla situazione della sicurezza e ancora meno su queste milizie alle quali pure aveva concesso solo due settimane di tempo per deporre le armi. Il problema sembra essere tanto più complesso dal momento che numerosi gruppi armati rifiutano, a tutt’oggi, per ragioni di ordine politico, l’idea di entrare a far parte dei nuovi servizi di sicurezza.

Quanto accade fa inoltre temere che possa scoppiare uno scontro tra le tribù per la presa e il controllo del potere nel caso in cui non dovesse riuscire il dialogo inter-libico. Questo rischio va preso sul serio soprattutto quando si sa che alcuni capi militari non sono del tutto apprezzati dai “thowar”. Parallelamente al problema posto dalla proliferazione delle armi e delle milizie armate (a proposito del quale le Nazioni Unite hanno espresso la loro inquietudine nello scorso mese di novembre), il governo di Al Kib deve anche fronteggiare la minaccia terrorista di AlQaida al maghreb islamico (AQMI). Affrontare questo problema è tanto più urgente dal momento che è provato che AQMI ha inviato dei militanti esperti per tentare di reclutare uomini, fare di questo paese la sua base principale in Africa del Nord e mettere le mani sui missili terra-aria del regime di Muammar Gheddafi.

 
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