L’Expression – 22 febbraio 2011


Il Colonnello nella tempesta
di Mohamed Touati


La rivoluzione dei gelsomini e quella del Nilo stanno per aggiungere un altro pezzo al puzzle indispensabile per la ricomposizione di un Maghreb spogliato dei suoi orpelli


Il regime della Guida libica vive le ore peggiori della sua storia. Diverse città del paese, dopo Bengasi, sono cadute nelle mani dei manifestanti dopo alcune defezioni nell’esercito, come affermato ieri dalla Federazione internazionale delle leghe per i diritti umani (Fidh), che azzarda un bilancio da 300 a 400 morti, dall’inizio della sollevazione. “Molte città sono cadute, soprattutto nella parte est costiera. Alcuni militari si sono uniti ai manifestanti”, ha dichiarato il presidente della Fidh, Souhayr Belhassen, riferendosi soprattutto a Bengasi, roccaforte dell’opposizione. Al contrario – ha precisato - Sirte, città natale del colonnello Gheddafi, non è nella mani dei manifestanti. Ieri città vicine alla capitale, come Misrata, Khoms, Tarhounah, Zeiten, Zaouia e Zouara, erano in pieno caos.
Le defezioni in seno all’esercito sarebbero state determinanti nella svolta imprevista presa dagli avvenimenti.
L’insurrezione ha avuto la meglio nella capitale. I rivoltosi hanno risposto alle minacce lanciate dai figli di Muammar Gheddafi nel corso di un intervento televisivo. La rivolta non mostra segni di indebolimento, anzi cresce di intensità. “Le sedi di una televisione e di una radio pubbliche sono state saccheggiate domenica sera da manifestanti a Tripoli, dove anche delle stazioni di polizia, dei locali dei comitati rivoluzionari e la sede del ministero dell’interni sono stati incendiati”, riferisce un dispaccio della AFP. “Un locale che ospitava la televisione Al-Jamahiriya 2 e la radio Al-Shababia è stato saccheggiato”, ha dichiarato un testimone che ha voluto conservare l’anonimato.
“Dei manifestanti hanno bruciato e saccheggiato l’edificio che ospita il ministero dell’interno nel centro di Tripoli” ha confidato un altro all’agenzia di stampa francese. Diverse testimonianze parlano di commissariati di polizia, locali di comitati rivoluzionari e di edifici pubblici incendiati.
La “Sala del popolo”, che ospita manifestazioni e riunioni di regime, è stata ridotta in fumo, ha dichiarato un abitante della capitale che abita vicino a questo edificio, situato all’ingresso del quartiere residenziale di Hay Al-Andalous. Pro e contro Gheddafi si affrontano con armi automatiche nei quartieri di Tripoli
Ci sono tutti gli ingredienti di una guerra civile, che sfocerà probabilmente nel bagno di sangue annunciato da uno dei figli del colonnello. “In questo momento a Bengasi vi sono carri armati condotti da civili. A Al-Baida c’è gente armata di fucili e numerosi depositi di munizioni sono stati saccheggiati. Noi siamo armati, l’esercito è armato, le forze che vogliono distruggere la Libia sono armate”, ha detto Seif Al-Islam Gheddafi durante un intervento televisivo trasmesso nella notte tra domenica e lunedì.
La Libia è dunque sull’orlo dell’implosione? Il figlio del dittatore libico ha affermato che manifestanti armati si apprestavano ad affrontare le forze restate leali al dirigente libico a Bengasi e Al-Baida, oltre che nell’est del paese. Gli scontri sarebbero di estrema violenza. “Stiamo per distruggere le forze della sedizione”, ha assicurato. “La Libia è a una svolta. O oggi riusciamo a trovare un accordo sulle riforme, o non piangeremo solo 84 morti, ma migliaia e ci saranno fiumi di sangue in tutto il paese”, ha affermato Seif Al-Islam.
 Dichiarazioni che annunciano il prossimo caos. La repressione è già terribile. Secondo il bilancio formulato dall’ONG statunitense Human Rights Watch, almeno 233 persone sarebbero state uccise dall’inizio della sollevazione, tra cui 60 solo nella giornata di domenica a Bnegasi, che è il centro della contestazione. Muammar Gheddafi subirà la stessa sorte di Zine el Abidine Benali e Hosni Mubarak? Tutto sembra far prevedere di si, che egli sarà la prossima vittima del vento di libertà che soffia sul mondo arabo.
La rivoluzione del gelsomino e quella del Nilo  stanno per aggiungere un altro pezzo al puzzle indispensabile per la ricomposizione di un Maghreb spogliato dei suoi orpelli. Il prezzo da pagare si conta in vite sacrificate, strappate, e in sangue versato.
La Libia pagherà probabilmente il tributo più pesante. La Guida della Jamahirya, che regna in modo assoluto sul suo paese da quasi quarantadue anni, ha fatto piombare la Libia in un bagno di sangue. La contestazione in Libia si annuncia come la più dura dall’avvio delle rivolte nei paesi arabi. Essa è oggetto di una selvaggia repressione che attesta la manifesta volontà di Muammar Gheddafi di conservare, costi quel che costi, un potere confiscato da più di quattro decenni. Le dichiarazioni di suo figlio dimostrano lo scollamento tra il Potere libico incarnato in un solo uomo, e le aspirazioni della società, cui viene negata ogni possibilità di espressione. “La Libia non è come la Tunisia o l’Egitto (…). Non ci sono né società civile né partiti politici”, ha detto Seif Al-Islam, durante un intervento televisivo nella notte da domenica a lunedì alludendo alle rivolte che hanno provocato la caduta dei presidenti di questi due paesi.
Le “forze che tentano di distruggere la Libia e di smembrarla sono armate e il risultato sarà una guerra civile. Nessuno accetterà di sottomettersi all’altro e ci batteremo. Se il paese si divide, la Libia cadrà in una guerra civile (…) ci uccideremo reciprocamente tra le rovine”.
Una fuga in avanti. Dichiarazioni irresponsabili che hanno senz’altro favorito il bagno di sangue e la fuga degli stranieri. Il dramma si giocherà tra i Libici.






L’Expression – 22 febbraio 2011

La saga dei Gheddafi


Le ore di Muammar Gheddafi al potere sono certamente contate. Ritratto della famiglia Gheddafi, la più famosa del potente clan dei Gueddaf Eddam


Tutta una storia. Nel momento in cui il popolo libico si risveglia e chiede il conto alla sua “Guida”, conviene soffermarsi sul percorso di un uomo effettivamente “fuori dal comune”, che è riuscito a mettere il giogo al suo popolo. Più giovane capo di Stato arabo e africano, ha assunto il potere il 1 settembre 1969 – quando era un giovane militare di soli 27 anni – deponendo il re Idriss I. In seguito il capitano Gheddafi ne ha fatto di cammino. Muammar Gheddafi appartiene alla potente tribù dei “Gueddaf Eddam”, il cui significato, come fieramente spiegato dallo stesso Gheddafi, sarebbe quello di bevitore di sangue. Dopo quello che da una settimana sta succedendo in Libia, si potrebbe dire che non c’è niente di più vero.
Di fatto la saga dei Gheddafi comincia col matrimonio di Muammar che sposa nel 1972, in seconde nozze, Safia el-Brassai, appartenente alla anch’essa potente tribù dei Brassai  (est della Libia), ex alleata della corte dei Senussi e del re Idriss I. Il legame coi Brassai rafforza il potere nascente di Gheddafi. Del quale occorre ricordare che aveva sposato nel 1970 Khairia Ennouri, dalla quale ha avuto un figlio, Mohamed.
Quest’ultimo passa per un essere timido e piuttosto spento. Tutto il contrario dei figli di Safia el-Brassai. Gheddafi divorzia da Ennouri nel 1972. E’ stato dunque il suo secondo matrimonio, grazie all’alleanza con una grande tribù libica, che gli ha aperto le porte della gloria  e gli è servito da trampolino, permettendogli allo stesso tempo di preparare la successione.
Di fatto è nata una dinastia. Senza avere mai evocato il problema della successione, Gheddafi sembrava tuttavia guardare lontano. Ha avuto diversi figli da Safia el-Brassai, tra cui una ragazza, Aicha. Seif el-Islam Gheddafi, il primogenito, è il più conosciuto tra i figli della Guida libica, seguito da El Saadi, Moatassem Billah, Hannibal, Seif el-Arab e l’ultimo, Khamis. Da ricordare che la famiglia Gheddafi ha anche adottato una bambina, Hana, verosimilmente uccisa nell’aprile 1986 durante il bombardamento di Tripoli da parte dell’aviazione USA.    Nella smala (entourage) di Gheddafi si distinguono soprattutto Seif el-Islam, El Saadi (presidente a 26 anni della Federazione libica di football e del club di football Ahly di Tripoli) e Hannibal, conosciuto per le sue scappatelle nelle capitali europee, l’ultima delle quali ha dato occasione ad una lunga crisi diplomatica tra Libia e Svizzera. Hannibal è il figlio viziato della famiglia Gheddafi, amante del lusso, frequentatore dei circoli parigini e londinesi, abituato a lasciare tracce sulfuree sul suo cammino. Il secondo dei figli Gheddafi, impetuoso, assetato di potere, ha fatto carriera nell’esercito del quale è oggi uno dei più alti in grado, anche se è più conosciuto come giocatore di football, componente della nazionale libica. El Saadi, mettendo le mani avanti, si vedrebbe bene nei panni del padre che, ricordiamo, ha assunto il potere a 27 anni.
Troppo pasticcione e soprattutto troppo appariscente, El Saadi sembra aver fatto solo della scena, mentre all’ombra di suo padre Seif el-Islam lavorava. Presidente della Fondazione Gheddafi (Gaddafi International Charity Foundation – Gicf), ha avuto il suo momento di gloria quando fece liberare alla fine degli anni ’90 degli ostaggi occidentali fatti prigionieri dagli islamisti filippini nell’isola di Jolo. Ma, a differenza di Hannibal e El Saadi, Seif el-Islam non ama il palcoscenico e preferisce i saloni signorili e ovattati dei grandi palazzi europei. Vive – si dice – tra la capitale austriaca (dove la famiglia ha una villa) e Tripoli.
E’ un po’ il teorico della famiglia Gheddafi, volentieri austero e posato. Ma che sa essere all’occasione inflessibile.
Come ha dimostrato ieri, mettendo in guardia il popolo libico e offrendogli l’alternativa tra la “costruzione di una nuova Libia” (da intendere coi Gheddafi) e l’avventura di gettare il paese nella “guerra civile”. Come per volere ben sottolineare ciò che intendeva dire, Seif el-Islam, nella dichiarazione televisiva che ha fatto nella notte tra domenica e lunedì, ha messo pesantemente l’accento sul fatto che “la Libia è diversa dall’Egitto e dalla Tunisia, è composta da tribù, di clan e di alleanze, lasciando intendere che il clan Gheddafi non cederà di fronte alla contestazione ed è pronto a mettere il paese a ferro e fuoco. Ma la saga dei Gheddafi sembra dover cedere alla volontà del popolo.
I Gheddafi sapranno smentire la loro triste reputazione, o vorranno confermare il significato un po’ barbaro del loro patronimico?

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