Oumma, 5 gennaio 2018 (trad.ossin)
 
Niente « regime change » a Teheran
Bruno Guigue
 
Ha voglia Donald Trump ad assicurare che “l’Iran è al fallimento a tutti i livelli”, che “il grande popolo iraniano è represso da anni”, che esso ha “fame di cibo e libertà”, che è “tempo che tutto questo cambi” e che lui “aiuterà il popolo iraniano quando verrà il momento”, è fatica sprecata. Questi proclami magniloquenti non avranno alcun effetto sul corso delle cose. Scatenata contro Teheran, Washington vuole investire il consiglio di sicurezza. Ma la Cina e la Russia si opporranno a ogni forma di ingerenza. Non ci sarà né un mandato ONU per colpire uno Stato sovrano in nome dei “diritti umani”, né “zona di interdizione aerea”, né “diritto di proteggere”. Che i guerrafondai se ne facciano una ragione: L’Iran non subirà la sorte della Libia, distrutta dalla NATO nel 2011. 
 
 
Decisamente impraticabile una punizione dal cielo, Washington ha giocato la carta della destabilizzazione interna. Per riuscirci, i suoi strateghi sono ricorsi a tutta la gamma dei mezzi disponibili: una valanga di propaganda antigovernativa finanziata dalla CIA (soprattutto dalle stazioni che trasmettano in persiano verso l’Iran), agenti di ogni tipo infiltrati nelle manifestazioni popolari, appoggio fornito a tutte le opposizioni sul territorio o in esilio. Incapace di procedere al “regime change” dall’alto, la Casa Bianca ha provato a ottenerlo dal basso. Protetto contro l’ “hard power” USA dalla sua stessa forza militare (e dalle sue alleanze) il “regime dei mullah” è stato direttamente preso di mira dal “soft power” made in USA. La Casa Bianca ha messo in moto le rotative della disinformazione, ma il risultato non era garantito. E’ il minimo che si possa dire.
 
Per abbattere un regime non gradito, i “neocon” di Washington hanno tradizionalmente bisogno di vari tipi di munizioni. L’esperienza insegna che occorrono loro almeno due dei seguenti 3 atout: una forte opposizione interna nel paese preso di mira, una soldatesca di ausiliari, una capacità di intervento diretto. In Iran, non disponevano chiaramente di nessuna di queste tre risorse. L’opposizione interna esiste, ma è meno un’opposizione al regime che una opposizione al governo. Il sistema politico dà ad essa libero gioco attraverso il processo elettorale. La dialettica tra “conservatori” e “riformatori” struttura il dibattito e consente alle contraddizioni interne di esprimersi senza mettere a rischio il regime nato dalla rivoluzione del 1979.
 
E’ per questa ragione che le masse non sono scese in piazza, e il malcontento che ha ragioni economiche non trascende, salvo qualche eccezione, in contestazione del regime politico. E’ significativo che la propaganda occidentale debba affidarsi, ancora una volta, a grossolane manipolazioni. Abbiamo perfino visto il direttore generale di “Human rights Watch”, Kenneth Roth, utilizzare una foto delle manifestazioni filo governative dicendo che si trattava della “sollevazione popolare” contro il regime. Credendo di vedere in manifestazioni che avevano ragioni economiche e sociali il preludio di un cambiamento di regime, Washington ha scambiato due volte i suoi desideri per la realtà: la prima, confondendo malcontento e sovversione nelle manifestazioni contro il governo; la seconda, rifiutando di vedere che le manifestazioni a favore del governo erano per lo meno ugualmente importanti.
 
Questa speranza di un “regime change” a Teheran è tanto più illusoria in quanto manca a Washington la seconda risorsa: le orde di mercenari per fare il lavoro sporco. Essendo le frontiere strettamente sorvegliate dall’esercito iraniano, la riproposizione di uno scenario alla siriana è impossibile. In Siria le milizie wahhabite vennero portate in massa con la complicità della NATO, e ci sono voluti sei anni al popolo siriano per potersene sbarazzare seriamente. In Iran, nessun indizio permette di ritenere che vi sia stata una simile invasione. Qualche individuo sarà anche passato attraverso le maglie del reticolato, ma la loro pericolosità è limitata. Con la disfatta di Daesh, l’internazionale takfir è allo stremo. L’ultimo pezzo di Al Qaeda resterà bloccato nella sacca di Idlib. L’esercito siriano avanza, riconquista il territorio nazionale, e il “regime change” a Damasco non è più all’ordine del giorno.
 
Per distruggere il “regime dei mullah”, Washington non può contare né sull’opposizione interna, né su mercenari esterni, né su un intervento militare diretto. L’opposizione interna non condivide i suoi obiettivi, i mercenari stranieri sono una risorsa in via di estinzione, e l’intervento militare è votato al fallimento. Il “regime change” è riuscito in Libia grazie ai bombardamenti aerei. E’ fallito in Siria, nonostante le orde di mercenari. Ma non ha alcuna chance di riuscire in Iran. Il popolo iraniano sente soprattutto il peso delle sanzioni inflitte da uno Stato estero che gli impartisce lezioni di “diritti umani”. Che qualche fascia sociale aspiri al cambiamento è naturale, e tutto dipenderà dalla risposta del governo alle loro rivendicazioni. Il presidente Rohani ha condannato le violenze. Ma ha anche riconosciuto la legittimità del malcontento sociale, alcune misure impopolari sono state annullate, e il popolo iraniano non ha intenzione di sbudellarsi per far piacere all’inquilino della Casa Bianca.
 
La situazione è difficile per I più poveri, ma l’Iran è tutto salvo che un paese sull’orlo del fallimento. Nonostante le sanzioni imposte da Washington, il paese ha conosciuto un notevole sviluppo nel 2016. La crescita economica viaggia ad un tasso del 6,5% e l’indebitamento pubblico è particolarmente contenuto (35% del PIL). Ma il tasso di disoccupazione è alto (12,5%) e colpisce soprattutto i giovani. Il paese conosce una crisi di crescita che rinfocola le tensioni sociali, sottolineando i privilegi della borghesia commerciale, accentuati dalle riforme liberiste volute dal governo. L’Iran esporta il suo petrolio ma manca di capitali esteri. A caccia del minimo momento di debolezza, Washington ha creduto di vedere un movimento di grande ampiezza, capace di far vacillare il governo. Visibilmente ha fallito, e l’aggressione USA ha mancato il suo obiettivo. Non per questo cesserà, perché l’Iran è da lungo tempo nel mirino dei guerrafondai.
 
Ossessione dei “neocon”, la lotta contro Teheran rimonta agli esordi della Repubblica islamica (1979). Venne inaugurata da un attacco iracheno, cui fu l’Occidente a fornire le armi, e le petromonarchie i mezzi finanziari (1980-1988). E’ proseguita con gli attentati del Mossad e della CIA, che hanno regalato agli Iraniani quello stesso “terrorismo” del quale la propaganda occidentale li accusa. Poi è cresciuta con l’invenzione della “minaccia nucleare iraniana” all’inizio degli anni 2000. E’ evidente che Trump non si preoccupa per niente dei diritti dell’uomo e che la questione nucleare è lo sfondo della crisi attuale. A Washington, l’unione sacra si è miracolosamente ricostituita contro l’Iran. Questo paese non ha mai aggredito i suoi vicini, ma la possibilità che esso si doti di un ombrello nucleare intaccando il monopolio israeliano nella regione viene giudicato intollerabile. Il “regime change” è abortito, ma è chiaro che Trump saboterà l’accordo del 2015.
 
 
 
 
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