
Terrorismo marocchino |
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Marocco - Che cos'è Il terrorismo marocchino? Quali le sue caratteristiche? Un'analisi apparsa sull'ultimo numero di Le Journal Hebdomadaire propone alcune risposte. Una sola cosa è certa: i kamikaze marocchini sono un prodotto dell'esclusione sociale e della ingiustizia
Dieci chiavi di lettura per comprendere i Kamikaze 1) Chi sono? La maggior parte sono giovani sfaccendati, marginali di una società che dimostra, nei loro confronti, un atteggiamento di rigetto sistematico.
Si tratta di “esecutori del terzo cerchio” secondo l’espressione coniata da specialisti di questo nuovo tipo di terrorismo insurrezionale, come Mohamed Darif.Essi sono ben lontani dall’avere padronanza della pianificazione dei loro progetti terroristi e ancora meno del loro orientamento ideologico. Fanno parte di cellule di base messe su da quadri intermedi, che hanno la responsabilità del loro coordinamento. Per questi “piccoli soldati della Jihad”, la motivazione principale è di iscrivere le loro esistenze in un ideale al quale non avrebbero mai potuto aspirare da soli. Un impegno morboso consente di rompere il loro isolamento sociale e psicologico. Sono (e questo è un punto nodale per capire l’ampiezza della minaccia) reclutati in tempi record e formati per servire come bombe umane. La velocità con cui sanno sparpagliarsi e riunirsi consente ai loro comandanti di premunirsi contro uno smantellamento totale della rete.
Oltre ai legami di vicinanza e a quelli familiari e sociali, è Internet lo strumento più efficace nelle mani dei reclutatori. Lo schermo consente di offrire un universo virtuale capace di sublimare l’integrazione dei futuri kamikaze, di fungere da catalizzatore per i loro deliri schizofrenici e di fornire loro codici di comportamento fino all’atto finale. Internet è capace di offrire anche dei nuovi punti di riferimento, idoli esaltati e dunque un’obbedienza assoluta. Pure i canali televisivi panarabi giocano un ruolo formativo considerevole, anche a causa del totale fallimento della televisione pubblica marocchina. Offrono un’alternativa di punti di vista a proposito dei dibattiti che agitano il mondo mussulmano, uno spazio di confronto tra le posizioni ufficiali dei regimi e le opinioni pubbliche. Questa novità fa sì che i futuri djihadisti si possano “fabbricare” rapidamente una coscienza politica, una specie di pret a penser completato da un indottrinamento più preciso e tecnico nell’intreccio di forum, siti, chat rooms su Internet, dove l’interattività permette al futuro reclutato di darsi una identità personale, di dare consistenza alla sua persona in un mondo virtuale abitato da suoi simili. Negli anni ’80 ci volevano mesi, addirittura anni, per sedurre, convincere, formare e utilizzare un djihadista in Afghanistan. Non poteva diventare operativo, se non dopo un soggiorno in un campo di addestramento. Oggi è diverso: i rudimenti del perfetto djihadista sono accessibili sul Net. Secondo la DST francese, si contavano nel 1997 non più di una quindicina di siti djiadisti, oggi sono quasi 4500.
Se si considera che Al Qaida è oramai un porto franco al quale ci si può liberamente affiliare, la risposta è assolutamente positiva. Nello specifico caso delle operazioni marocchine, hanno agito cellule in sonno, attivate per l’occasione per rispondere alla forte pressione poliziesca. Tutto induce a credere che il Marocco non sia (o almeno non ancora) un teatro per le operazioni di Al Qaida, la quale concentra i suoi sforzi in Iraq, vero campo di battaglia contro il nemico nordamericano. Il Marocco, e più in generale il Maghreb, costituiscono per Al Qaida e le organizzazioni affiliate una straordinaria riserva di potenziali djihadisti per l’Iraq, tenuto conto della sua situazione demografica, delle grandi disparità sociali e della risonanza che ha la situazione irachena presso l’opinione pubblica maghrebina. Diverse filiere di reclutamento molto efficienti sono servite a convogliare sul teatro delle operazioni irachene diverse centinaia di marocchini (o di origine marocchina) per operazioni suicide contro l’esercito nordamericano. La cellula di Raydi o dei fratelli Maha non sono altro, forse, che dei contingenti difensivi di retroguardia rispetto a queste filiere, con funzione solo di trasmissione di messaggi.
Il messaggio di Al Qaida avrebbe così una triplice portata: prima di tutto all’indirizzo delle autorità marocchine per segnalare che possono agire in Marocco dovunque e in qualsiasi momento, utilizzando candidati al sacrificio dal profilo insospettabile. E’ una reazione alla caccia di cui sono fatti oggetto e un avvertimento per quelli che vorrebbero ostacolare la loro volontà di reclutare marocchini per l’Iraq. Il secondo messaggio è per gli Stati Uniti, per metterli in guardia contro qualsiasi velleità di costringere le autorità marocchine ad essere più decisi nel frenare il flusso di candidati alla Jihad in Medio oriente. Infine, ed è forse il messaggio più originale, si rivolgono all’opinione pubblica marocchina per insistere sul fatto che la popolazione non costituisce un bersaglio, che loro individuano nei simboli dello Stato (polizia) e nei suoi alleati protettori, gli Stati Uniti. Questa posizione non meraviglia, perché è simile a quanto hanno già fatto in Arabia Saudita.
Oltre la concomitanza degli avvenimenti, la recrudescenza degli attacchi terroristici in Algeria sotto la bandiera di “Al Qaida in Maghreb” dimostra il grande interesse dell’organizzazione per questa regione del mondo arabo.
Le autorità marocchine hanno minimizzato la portata degli ultimi incidenti, avanzando la tesi di un gruppo di terroristi residuale e senza scampo dopo l’arresto del loro cervello (la cui identità non è stata ancora rivelata). In questo discorso sono però rivenibili delle contraddizioni. Il numero esatto di terroristi latitanti sconosciuto ai servizi di sicurezza, la scelta degli obiettivi che non sembra casuale, la volontà di tenere distinti questi avvenimenti dall’arresto di Saad Housseini (sospettato di essere coinvolto negli attentati di Casablanca del maggio 2003 e in quelli di Madrid) suggeriscono dubbi a proposito di questa tesi. La quantità impressionante di esplosivo scoperto in diversi nascondigli lascia pensare a un fenomeno meno sotto controllo e di scala più grande.
Sono coinvolti perché hanno costituito uno degli obiettivi dei fratelli Maha, venuti a farsi esplodere davanti al consolato nordamericano di Casablanca e all’American Language Center. Il comunicato del Dipartimento di Stato secondo cui gli “obiettivi non erano chiari” lascia perplessi. Può essere interpretato come espressione della volontà degli USA di non fare emergere il dibattito sul loro coinvolgimento in Iraq e il suo probabile legame con la insorgenza del terrorismo in Marocco, e più generalmente nel Maghreb, intaccando ancor più la loro immagine agli occhi dell’opinione pubblica araba.
Il religioso è in secondo piano. Sembra segnare il passo, tanto la mobilitazione per l’Iraq trascende agli occhi dell’opinione pubblica marocchina la questione puramente religiosa. Certo, alcuni personaggi come Abdelfattah Raydi, il kamikaze del cybercaffé, erano conosciuti come profondamente salafisti-djihadisti. Essi però non rappresentano l’esempio tipico del kamikaze marocchino, prova ne sia il caso dei fratelli Mohamed e Omar Maha che non erano affatto radicali. Il neoterrorismo marocchino sarebbe alimentato più dalla concomitanza di diversi fattori: una fortissima esclusione sociale, una adesione totale ad un ideale pan-islamico e antiamericano divulgato via internet e attraverso certi canali satellitari, un substrato di violenza urbana. Il religioso serve a giustificare sotto il profilo morale una violenza orientata contro i rappresentanti di tutti i mali, le autorità all’occorrenza (polizia, servizi di sicurezza etc…) e i simboli del loro protettore nordamericano.
Ci sarebbe una duplice spiegazione per l’uso di cinture di esplosivo. Prima di tutto, sul piano simbolico, è lo strumento identitario della lotta degli oppressi di fronte alle forze militari nemiche (Israele, Stati Uniti). Questo simbolo permette di dare senso politico all’azione terrorista propriamente detta. Gli appartiene poi anche il significato di martirio, perché si dà la morte mentre la si riceve. Inoltre perché quest’arma è assai semplice da fabbricare (su internet si può trovare il modo di impiego e tutto l’occorrente è disponibile sul mercato), da trasportare (si porta a tracolla o alla vita) e a fare scoppiare (è sufficiente un piccolo detonatore). Le Journal Hebdomadaire (traduzione a cura di OSSIN)
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