Afrique Asie luglio 2010

Catherine Abena, un granello di sabbia nella macchina Biya
di Aimé Constant Saband

La “lady di ferro” è stata arrestata l’8 gennaio nell’ambito della vasta operazione anticorruzione lanciata dal regime. Ma l’ex ministro è veramente colpevole di malversazione di danaro pubblico?

Nell’intento di mantenersi al potere con tutti i mezzi, tutto sembra riuscire al presidente Paul Biya, dopo quasi tre decenni di presidenza. La Costituzione che gli vietava di candidarsi un’altra volta è stata rapidamente “stravolta”per abolire quel dannato articolo, le manifestazioni di piazza contro il disegno di presidenza a vita, sono state neutralizzate con una repressione indicibile, mentre gli “avvoltoi” della comunicazione francafricana si preoccupavano di ripulire in Europa l’immagine intaccata del capo di Stato finanziando qualche scritto ditirambico. Un ex redattore capo di France Soir aveva già scritto la prefazione del libro rustico sul presidente, il Codice Biya, un condensato di sciocchezze e di ciò si definisce “giornalismo alimentare” o “giornalismo alla Hilton” (con riferimento ad una categoria di giornalisti, assidui frequentatori di ricevimenti dove si può mangiare a sazietà e soprattutto avvicinare personalità politiche o del mondo degli affari, nella speranza di ricevere qualche incarico).
Forse per mettere a tacere le critiche sul fatto che si era ricorsi ad un Francese cui si era affidato l’incarico di esortare i camerunesi a rieleggere l’attuale presidente nel 2011, il regime ha fatto uscire un’altra opera, sobriamente intitolata: “Paul Biya, l’appello del popolo”. Presentata in gran pompa alla fine del 2009 davanti ad un parterre di dirigenti politici guidati dal primo ministro in persona, il libro vorrebbe essere la testimonianza del consenso popolare al regime Biya e contiene quasi sessanta mozioni che fanno appello al presidente perché si ricandidi.
Si cominciava già a pensare al secondo volume di questa opera, quando il principe ha avuto l’idea “geniale” di far ripartire in modo teatrale l’operazione “Sparviero”, l’inchiesta sulle malversazioni e storni di denaro pubblico. Fino a quel momento tutti gli ex alti responsabili del regime che erano stati coinvolti nell’inchiesta avevano evitato azioni eclatanti, preferendo concentrarsi sulla difesa tecnica in una causa che era per loro persa in partenza. Ma quando è stata interrogata nel gennaio 2010, Catherine Abena, segretario di Stato all’insegnamento secondario dal dicembre 2004 al giugno 2009, ha deciso di finirla con la politica del “basso profilo”, che del resto non aveva evitato la prigione a nessuno di quelli che l’aveva adottata.

Le certezze vacillano
Convinto che questo arresto, intervenuto in contemporanea con quello di un ex ministro delle Finanze e di trenta altre personalità, avrebbe contribuito, come è oramai costume, a dare all’estero l’immagine di un presidente che lotta contro la corruzione e a neutralizzare all’interno ogni opposizione credibile, Paul Biya ha creduto bene di resuscitare la sua operazione “mani pulite”, lanciata ufficialmente nel 2004, sotto la pressione del FMI e della Banca Mondiale.
Giacché i precedenti arresti erano stati piuttosto favorevolmente accolti da una popolazione impoverita dalla malversazione di danaro pubblico, non c’era da dubitare – pensavano gli strateghi di Etoudi (il palazzo presidenziale) - che sarebbe accaduto lo stesso anche questa volta. Ma si sbagliavano: subito dopo il suo arresto, Catherine Abena ha fatto vacillare le certezze, cominciando uno sciopero della fame la cui divulgazione mediatica ha aperto gli occhi dall’opinione pubblica sulla macchinazione della famosa lotta anticorruzione. L’operazione “Sparviero” era già fortemente sospetta di non essere altro se non un’opera di epurazione politica in vista del 2011, e ciò a causa del fatto che la maggior parte degli ex dignitari finiti in prigione sono sospettati di appartenere al gruppo “G11”, un gruppo informale di personalità appartenenti alla stessa area tribale del capo dello Stato che aspirano alla sua successione. L’operazione si è ancora di più screditata con il caso Abena.
Da fonti vicine alla famiglia si è saputo che, fin dai primi momenti del suo arresto, l’ex ministro, una cinquantenne piuttosto austera, si è sentita chiedere di rimborsare la somma di 250 milioni di franchi CFA, equivalente all’ammontare dei presunti storni dalla stessa praticati quando era ministro. La “lady di ferro” dell’Educazione nazionale (come veniva chiamata all’epoca a causa dei suoi bracci di ferro ripetuti e sottolineati da dichiarazioni poco diplomatiche con i corrotti del settore)ha sonoramente rifiutato questo mercanteggiamento, gridando la sua innocenza e avviando subito un clamoroso sciopero della fame.
“Con tutti questi banditi dai colletti bianchi che circolano liberamente nel paese e che tutti conoscono, vanno ad arrestare proprio questa povera donna?”. Questo è il ritornello che si sente ripetere da gennaio. La disperata iniziativa di Catherine Abena ha portato argomenti a quelli, numerosi, che vedono nell’operazione “Sparviero” solo una macchinazione orchestrata da Paul Biya stesso, con la complicità del vice primo ministro con delega alla Giustizia, Amadou Ali, promotore di famose liste di persone da mettere in condizione di non nuocere. Catherine Abena si sarebbe trovata per errore a far parte di una delle liste del “giustiziere” Ali? Vi sarebbe stata iscritta da qualcuno desideroso di regolare un conto personale con lei? O fa parte della schiera di coloro che i Camerunesi chiamano “gli accompagnatori”, persone tirate a sorte e aggiunte alle personalità prese di mira solo per coprire il regolamento di conti politico con una vernice etica?
Nonostante la donna in sciopero della fame non abbia ancora ottenuto una liberazione senza condizioni, come ella esige, la sua sfuriata ha avuto l’effetto di un fulmine. In questo paese le vittime, tanto più quando sono ex collaboratori del regime, sono piuttosto inclini a rassegnarsi alla loro sorte ed a soffrire in silenzio – anche se si dimostra che sono innocenti. Catherine Abena si è opposta con forza alla ripetuta strumentalizzazione della giustizia da parte di politici membri di varie combriccole che volteggiano intorno al potere. Se è poco probabile che la Giustizia si smentisca (Biya è presentato come infallibile dalla propaganda ufficiale), lo sciopero della fame dell’ex segretario di Stato obbliga mandanti ed esecutori dell’operazione “Sparviero” a rivedere i propri schemi del 2010. Tanto più che questo sciopero è intervenuto in pieno processo Titus Edzoa, ex medico personale e segretario generale della presidenza, arrestato nel 1997, subito dopo aver dato le dimissioni dal suo posto ministeriale, per presentarsi candidato alle elezioni presidenziali e poi gettato in galera per malversazione di fondi pubblici.
Già si parla di una prossima ondata di arresti di personalità pubbliche conosciute per mantenere un tenore di vita eccessivamente dispendioso rispetto ai loro emolumenti. Un ex ministro della difesa, lo zelante Rémy Ze Meka, è già rimasto coinvolto in una inchiesta relativa all’acquisto di elicotteri militari. E il più vicino collaboratore del capo dello Stato, il segretario generale alla presidenza Laurent Esso, viene citato in un fascicolo che riguarda tangenti che sarebbero state versate a certi alti funzionari per servizi resi durante l’acquisto di una nave da impiegare in missioni di sicurezza nelle acque camerunesi del Golfo di Guinea. Le indagini su questa vicenda continuano. Esse hanno già fatto una vittima, il giornalista Bibi Ngotta, morto in prigione dove era detenuto per avere formato, secondo l’accusa, un falso documento con firma apocrifa di Esso, che identificava quest’ultimo come colui che aveva impartito le istruzioni per il versamento delle somme incriminate.
Se un’altra personalità politica di calibro decidesse, durante la detenzione, di seguire l’esempio della “lady di ferro” camerunese, il regime Biya potrebbe uscirne indenne con difficoltà. Mentre si levano altre richieste di dimissioni, una tale successione di inattese rivolte offuscherebbe ancora di più il declinante orizzonte politico dell’attuale inquilino di Etoudi



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