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Rivoluzione e contro-rivoluzione nel mondo arabo

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 Analisi, luglio 2011 - E come scriveva il romanziere e giornalista yemenita Ahmad Zein nella sua lettera a Mohamed Bouazizi: “Più niente è impossibile dopo che tu hai indicato la strada col tuo corpo, che continua a bruciare come una torcia luminosa nello spirito dei popoli”









Le blog de Mohamed Belaali, 26 giugno 2011


Rivoluzione e contro-rivoluzione nel mondo arabo
Mohamed Belaali


La scintilla accesa da Mohamed Bouazizi in Tunisia nel mese di dicembre 2010 ha infiammato le masse arabe oppresse, dal Marocco al Bahrein, dall’Egitto allo Yemen, passando per l’Iraq, la Siria e la Giordania. Nessun paese è veramente sfuggito all’ondata di rivolta che si è riversata sul mondo arabo. Una profonda aspirazione alla democrazia e alla dignità si è impadronita di questa regione del mondo. Due dittatori sono già stati deposti. Il terzo, Ali Abdallah Saleh, resterà probabilmente in Arabia Saudita in compagnia di Ben Ali. In ogni caso il popolo yemenita considera la sua partenza senza ritorno. Ma le rivoluzioni e le contr-rivoluzioni vanno di pari passo. La rivoluzione araba non è sfuggita a questa dialettica della lotta di classe

Le classi dirigenti arabe, con l’aiuto dell’imperialismo USA, fanno di tutto per mantenersi al potere e quelle che lo hanno già perso fanno di tutto per riprenderselo. Sorpresi per la rapidità con cui i regimi tunisino ed egiziano sono caduti, l’imperialismo USA e il suo cagnolino europeo tentano di salvare gli altri despoti dalla collera dei loro popoli. Così hanno spedito, il 14 marzo 2011, l’esercito saudita a Bahrein, nell’ambito del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), per spezzare la rivolta del popolo di questo piccolo regno e salvare la dinastia degli  Al Khalifa, i cui giorni erano contati. Piazza della Perle, alto luogo della resistenza popolare, è stata sanguinosamente evacuata il 16 marzo e il monumento che vi sorgeva è stato distrutto, come anche diverse moschee. “Tutti i mezzi, anche i più abietti e infami, sono stati messi in campo per spezzare questa magnifica volontà di cambiamento del popolo del Bahrein (1). La repressione selvaggia contro un movimento pacifico resta la sola arma di cui dispongono la classe dirigente e i suoi alleati esteri per mantenersi al potere. Il 22 giugno 2011 un tribunale speciale ha condannato all’ergastolo otto personalità, figure emblematiche della contestazione nel Regno. La famiglia Al-Khalifa processa davanti ai suoi tribunali anche 48 chirurghi, medici e infermieri, accusandoli di voler rovesciare la monarchia, mentre essi non hanno fatto altro se non curare i manifestanti pacifici feriti dai proiettili della polizia del regime. Il silenzio complice delle borghesie USA ed europee sulle condanne a morte, le torture, gli assassinii e la repressione feroce dei manifestanti pacifici, i processi contro i medici ecc.. mostra fino a quel punto l’imperialismo sia il nemico dei popoli, della democrazia e del progresso.

In Yemen, nonostante un forte movimento popolare di protesta, Ali Abdallah Saleh, al potere dal 1978, non ha potuto restare in sella se non grazie – tra l’altro – al sostegno di Washington. Il dittatore dello Yemen è considerato dagli USA come un alleato in ciò che essi chiamano la “lotta contro il terrorismo”. Se il popolo dello Yemen ha ottenuto la sua prima vittoria con la partenza di Saleh in Arabia Saudita per cure, il regime e le sue istituzioni restano tuttavia sempre in sella. La contro-rivoluzione diretta dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita intende strumentalizzare la situazione caotica che c’è in Yemen, le divisioni che contrappongono i diversi attori e oppositori di Ali Saleh, la rivolta degli Huthi a Nord, i secessionisti a Sud, per stravolgere gli obiettivi della rivoluzione a vantaggio di un nuovo regime che servirà i loro interessi. Secondo il New York Times dell’8 giugno 2011, Washington intensifica gli attacchi aerei sullo Yemen (2). Ancora una volta la lotta contro Al-Qaida serve da pretesto per immischiarsi negli affari interni di un paese sovrano. Ciò che infatti interessa di più agli USA è la situazione geostrategica dello Yemen. Non è la lotta al terrorismo che spinge la borghesia USA ad installarsi in questa regione, ma è piuttosto lo stretto di Bab al-Mandab e il Golfo di Aden, due vie marittime attraverso le quali transita una parte importante del commercio mondiale e una buona parte del petrolio diretto in Cina e in Europa.
La Francia, che ha sempre sostenuto Ali Abdallah Salah, non ha una presenza effettiva in questa regione. In cambio di qualche contratto legato alla vendita di materiale di difesa e di sicurezza soprattutto, ha assegnato la Légion d’honneur nel 2010 a Amar Saleh, nipote del presidente e direttore aggiunto della sicurezza nazionale, che si è distinta per la sua crudeltà nella repressione dei manifestanti.
In questo caos yemenita, emerge il movimento dei giovani rivoluzionari il cui obiettivo è di costruire uno Yemen unito, democratico e moderno (3). Il loro nemico è il regime di Ali Saleh, che intendono rovesciare pacificamente. La contro-rivoluzione interna ed estera ricorrerà a tutti i mezzi di cui dispone per contrastare e annientare questo progetto rivoluzionario. Solo il tempo ci dirà se la rivoluzione trionferà su tutti i suoi nemici e porrà lo Yemen sulla strada della democrazia e delle riforme sociali progressiste.


La situazione in Libia è diversa da quella del Bahrein e dello Yemen. La fuga di Ben Ali verso l’Arabia Saudita, il 14 gennaio 2011, ha sollevato una immensa speranza di cambiamento in tutto il mondo arabo. Rivolgendosi al popolo tunisino, non per felicitarsi, ma per rammaricarsi della partenza del suo amico dittatore, Gheddafi ha dichiarato con molto disprezzo e arroganza: “Voi avete subito una grande perdita (…) non c’è nessuno meglio di Zine (El Abidine Ben Ali) per governare la Tunisia (…) Io non mi auguro solo che egli resti fino al 2014, ma a vita” (4). In questi termini Gheddafi parlava della rivoluzione tunisina. Per lui, come per tutti i dittatori, il potere non è un mezzo ma un fine in sé; il potere per il potere. Dopo 42 anni di regno non condiviso con nessuno, la Libia di Gheddafi è ancora una società arcaica e tribale, mentre il paese trabocca di petrolio e di gas naturale. Gheddafi, come scriveva giustamente Samir Amin, “non è mai stato altro se non un pulcinella la cui vacuità di pensiero si riflette nel famoso Libro verde” (5). A volte socialista, a volte nazionalista, Gheddafi non è veramente mai stato né l’uno né l’altro. Ben prima delle rivolte dei popoli arabi, egli aveva portato la Libia sulla via del liberalismo, aprendo lo sfruttamento delle sue risorse petrolifere e di gas alle compagnie USA ed europee. E’ cominciato allora un periodo segnato dalle privatizzazioni, la riduzione della spesa pubblica e l’esplosione della disoccupazione. Queste difficoltà economiche e sociali, conseguenze delle politiche liberiste, combinate alle sollevazioni popolari che hanno cacciato Ben Ali e Mubarak nelle vicine Tunisia ed Egitto, sono probabilmente state la miccia all’esplosione del febbraio 2011. Questi avvenimenti dimostrano nello stesso tempo la volontà del popolo libico, come degli altri popoli della regione, di un cambiamento profondo. Ma la Libia non è la Tunisia né l’Egitto. Fin dall’inizio, questa aspirazione al cambiamento del popolo libico è stata confiscata da gruppi armati che intendono prendere il posto di Gheddafi. E’ stridente il contrasto tra le masse tunisine ed egiziane che hanno rovesciato i due dittatori pacificamente, e il Consiglio nazionale di transizione libica (CNT) che ha mosso una vera e propria guerra al regime di Gheddafi per impadronirsi del potere. Il mondo intero ha visto le immagini di uomini e donne scandire all’unisono: “Ben Ali vattene” sull’avenue Bourghiba, o nell’oramai celebre piazza Tahrir centinaia di migliaia di egiziani pretendere pacificamente l’allontanamento di Mubarak. Dalla Libia, abbiamo visto soprattutto, prima dell’intervento della Nato, degli uomini in divisa super armati, dei pick-up attrezzati con armi antiaeree, rovine, cadaveri, insomma le immagini di una vera e propria guerra civile tra l’esercito di un despota e un governo provvisorio autoproclamato che parla a nome dei libici ma è teleguidato dall’imperialismo USA ed europeo. Perché il CNT non ha atteso per fare appello alla Nato, affinché rovesciasse il governo di Gheddafi. Ed è stato il Consiglio di cooperazione del Golfo che ha chiesto una riunione straordinaria della Lega araba e ha invitato il “Consiglio di sicurezza dell’ONU a proteggere i civili libici, soprattutto attuando una zona di   esclusione aerea”. Sono quegli stessi che massacrano i manifestanti pacifici in Bahrein e che pretendono la protezione dei civili in Libia! Il CCG, strumento dell’imperialismo USA, gioca sempre di più il ruolo della contro-rivoluzione nel mondo arabo.
Dopo il suo intervento in Libia, quante vittime civili innocenti sono cadute sotto le bombe della Nato? Nella sola notte di sabato 18 giugno, la Nato ha lanciato un raid aereo su un quartiere popolare di Tripoli che ha provocato diversi morti, tra cui due bambini. I corpi sono stati recuperati tra le macerie davanti alla stampa internazionale. Non è altro che un crimine in più  tra gli innumerevoli massacri che le borghesie occidentali hanno commesso in giro per il mondo, lontano dagli Stati Uniti e dall’Europa. Invece di proteggere i civili li si massacra!
La volontà dell’imperialismo si pompare, come un vampiro, il petrolio libico è senza limiti. E’ pronto a sacrificare tutte le vite umane che saranno necessarie per saziare la sua sete di oro nero, di cui ha bisogno per far girare la sua macchina economica, base materiale della sua dominazione. (6)


In Siria il partito Baath si confronta a sua volta con questa formidabile volontà di cambiamento che scuote il mondo arabo. Il popolo siriano, come tutti gli altri popoli arabi, aspira profondamente anch’esso al cambiamento, alla libertà e alla democrazia. Lo stesso Bachar Al Assad ha riconosciuto nel suo discorso del 20 giugno 2011 la necessità delle riforme: “il processo riformatore è una convinzione totale nell’interesse della patria e nessuna persona ragionevole può andare contro la volontà del popolo”, diceva. Ma il partito Baath al potere dal 1983 può rispondere ad una simile aspirazione, vista la sua base sociale di piccola borghesia e la sua natura poliziesca, i cui pilastri restano l’esercito e i servizi segreti, le famose e rimarchevoli “Moukhabarat”? E’ questo il motivo, tra gli altri, di un così rilevante numero di vittime.
Il Baath siriano si è esso stesso allontanato dalla propria ideologia nazionalista panaraba (una specie di fede mistica nella nazione araba) e laica. La rinascita araba (baath significa in arabo rinascita, resurrezione) è stata abbandonata. Il partito Baath che era al potere in Siria e in Iraq non è mai riuscito ad unire questi due paesi. La laicità è rimasta un concetto vuoto, privo di ogni senso  e il partito è diventato uno strumento nelle mani di militari assetati di potere. Hafez Al Assad è il principale beneficiario di questa degenerazione del partito. La Siria è diventata proprietà privata del clan Al Assad. La priorità delle priorità è di conservare il potere, non per trasformare la società e far uscire il paese dal sottosviluppo attraverso riforme sociali progressiste, ma per il potere in sé stesso. La retorica anti-sionista del regime contrasta crudelmente con la sua passività di fronte all’occupazione delle alture del Golan da parte di Israele. Lo status quo resta la migliore garanzia dell’egemonia dello Stato sionista nella regione e della negazione dei diritti del popolo palestinese.
Per Israele, che sembra rimpiangere un tantino questa forte stabilità, l’indebolimento del regime siriano rischierebbe di precipitarlo nelle braccia dell’Iran, suo principale nemico nella regione.
Ma l’opposizione attuale rappresenta davvero il popolo siriano? Quale è il suo programma?
Quale è l’influenza dei Fratelli Mussulmani, degli uomini d’affari e della reazione in generale in seno a questa opposizione? Quale il ruolo della Turchia in questo movimento di protesta? Al momento l’opposizione si contenta degli slogan e di voler rovesciare il regime. La conferenza di Antalya, finanziata dalla ricca famiglia Wassim Sanqar, che ha riunito dal 31 maggio al 3 giugno 2011 qualche centinaio di oppositori non ha dato vere risposte a questi interrogativi. Tuttavia la dichiarazione finale dei partecipanti afferma “il rifiuto senza equivoci di un intervento straniero” (7).
Non può inoltre escludersi la manipolazione dell’opposizione da parte dell’imperialismo per rompere l’asse Siria/Iran/Hezbollah/Hamas.


In Marocco il Movimento del 20 febbraio chiede una monarchia parlamentare, dove il re regni ma non governi. E’ una vera e propria rivoluzione in un paese abituato ad essere governato da re da secoli.
Dopo il susseguirsi di manifestazioni pacifiche, Mohammed VI è intervenuto alla televisione il 9 marzo per annunciare un insieme di riforme costituzionali importanti come il “rafforzamento dello statuto del Primo Ministro in quanto capo di un potere esecutivo effettivo”, il “consolidamento del principio di separazione e di equilibrio dei poteri”, o ancora “l’allargamento del campo delle libertà individuali e collettive”, ecc. Ha costituito una commissione ad hoc per la revisione della costituzione. Il 17 giugno il re del Marocco ha presentato il progetto della nuova costituzione che sarà sottoposto a referendum il 1 luglio 2011. La maggioranza dei partiti politici più o meno legati al potere, la Confederazione generale delle imprese marocchine (padronato) hanno calorosamente applaudito questo progetto, come d’altronde anche l’Unione Europea, l’Amministrazione Obama, l’ONU, il FMI ecc.
Per contro, il Movimento del 20 febbraio ritiene che né il discorso, né il progetto di nuova costituzione rispondano all’ aspirazione profonda del popolo marocchino ad un vero cambiamento. Secondo il Movimento, la costituzione deve essere votata da un’assemblea costituente eletta essa stessa democraticamente. Il Movimento del 20 febbraio invita il popolo marocchino a continuare la lotta “storica e pacifica contro l’oppressione, la corruzione e per la libertà, la dignità e la giustizia sociale”, attraverso manifestazioni pacifiche in tutto il paese ed a boicottare il referendum. Occorre peraltro precisare che, se la direzione dell’Union Socialiste des Forces Populaires (USFP) ha invitato a votare a favore del progetto, la sua base, soprattutto giovanile, invita invece a votare contro.
Dal canto suo il Potere mobilita tutti i mezzi di cui dispone, ivi compreso la strumentalizzazione del lumpenproletariat per spezzare al dinamica messa in moto dal Movimento e far votare il progetto di nuova costituzione.
La resistenza al cambiamento viene diretta sul piano interno, per semplificare al massimo, dalla borghesia marocchina, tanto industriale che finanziaria, legata al Makhzen (l’apparato di potere marocchino), dai grandi proprietari terrieri, dai partiti politici che da lunghi decenni hanno accettato le regole del gioco politico stabilite dal Potere. Sul piano esterno ritroviamo, come in tutti i paesi arabi, l’imperialismo USA ed europeo, che sono ferocemente contrari ad ogni più piccolo cambiamento. Perché il processo di cambiamento in corso è fondamentalmente in contraddizione con l’immobilismo e lo status quo garanti dei loro interessi. Di fronte a questo blocco reazionario si leva l’insieme delle classi popolari e anche la classe media, schiacciata dalla mondializzazione capitalista. I giovani di queste due classi, una buona parte dei quali è disoccupata o sopravvive di lavoretti, sono la punta della contestazione. La loro conoscenza della tecnologia informatica e delle tecniche di comunicazione li aiuta a vincere l’ideologia dominante, veicolata soprattutto dai grandi media al servizio del Potere.


In Egitto la contro-rivoluzione è guidata dalla borghesia (con tutte le sue frange civili, militari, religiose ecc.) e dai grandi proprietari terrieri. . Queste due componenti della reazione sono intimamente legate all’imperialismo USA ed alle sue istituzioni come il FMI, la Banca Mondiale ecc La contro-rivoluzione non tenta di resuscitare il vecchio regime che ha fatto il suo tempo, ma di limitare l’ampiezza dei cambiamenti democratici, e soprattutto stravolgere gli obiettivi della rivoluzione per salvaguardare i propri interessi. Questo blocco reazionario usa non solo lo Stato e il suo apparato, ma anche le organizzazioni politiche, soprattutto la confraternita dei Fratelli Mussulmani, per raggiungere i propri obiettivi. Ricordiamo che questa corrente politica conservatrice è stata l’ultima ad unirsi alla sollevazione popolare e la prima ad abbandonarla per correre a “dialogare” con il vice-presidente Omar Suleiman che, in un ultimo tentativo di salvare il regime di Mubarak, aveva fatto un appello al dialogo nazionale. La rivoluzione egiziana del 25 gennaio è democratica e non religiosa. Gli Stati Uniti possono giocare la carta dei Fratelli Mussulmani per evitare un Egitto democratico che metterebbe in discussione gli interessi dell’imperialismo e di Israele nella regione.
L’amministrazione Obama non si limita a riversare solo miliardi di dollari sul nuovo Potere egiziano per mantenerlo in una posizione di dipendenza, ma utilizza anche il FMI, nemico di tutti i popoli, per ancorare l’economia egiziana al liberalismo, attraverso i suoi programmi di aggiustamento strutturale (PAS), condizione essenziale per la sua dipendenza di fronte alla mondializzazione capitalista. E’ questa la ragione che spiega la precipitazione con cui il FMI ha accordato 3 miliardi di dollari a inizio 2011 al governo egiziano. Le monarchie del Golfo, che svolgono il ruolo della contro-rivoluzione nel mondo arabo, non vogliono restare in debito. L’Arabia Saudita e il Qatar intendono anch’essi portare “aiuto” al risanamento dell’economia egiziana investendo 14 miliardi di dollari soprattutto nel settore della stampa, per meglio controllare i media egiziani e propagandare la loro ideologia reazionaria. Al summit G8 di Deauville, i dirigenti hanno evocato un “partenariato durevole” con i nuovi regimi tunisino ed egiziano.
Cosciente del pericolo che minaccia la rivoluzione, il popolo egiziano scende regolarmente in piazza per ricordare al Consiglio Supremo delle Forze Armate (CSFA), che dirige la transizione, ed alla contro-rivoluzione il proprio attaccamento agli obiettivi della rivoluzione e che è pronto a mobilitarsi massicciamente di nuovo per realizzarli. Così una immensa manifestazione ha riunito diversi milioni di egiziani in tutto il paese venerdì 27 maggio. L’8 luglio 2011 i giovani rivoluzionari invitano i cittadini a manifestare massicciamente per “proteggere la rivoluzione”. La lotta del popolo egiziano per la democrazia e la giustizia sociale è una lotta permanente.


In Tunisia, dove è scoppiata la scintilla che ha incendiato tutto il mondo arabo (8), la contro-rivoluzione è dappertutto. Perché se la testa del regime è caduta, il suo corpo resta sempre là. Le figure familiari del vecchio regime sono onnipresenti, a cominciare da Fouad Mazabaa, l’attuale presidente ad interim della Tunisia. Le difficoltà economiche sono un grosso ostacolo che la contro-rivoluzione non esiterà a sfruttare, in un modo o nell’altro, per spezzare la giovane rivoluzione tunisina. Ed é un pretesto supplementare per gli Stati uniti e la Francia in collaborazione con la borghesia locale per rinchiudere la Tunisia in strategie economiche ultra-liberiste attraverso soprattutto i prestiti del FMI e della Banca Mondiale.
Ma il vero pericolo che minaccia la rivoluzione tunisina, e tutte le rivoluzioni in generale, è la delusione delle classi popolari che volevano cambiare radicalmente le proprie condizioni di esistenza e che constatano che esse non sono praticamente mutate. Esse avevano riposto nella rivoluzione tutte le loro speranze. I disoccupati, che si contano a centinaia di migliaia, sono delusi. Molti di essi, tentati da una vita migliore in Europa (che li espelle senza scrupoli), lasciano la Tunisia. Le misure prese dal governo (sussidi per le famiglie povere, stabilizzazione di una parte dei precari nell’impiego pubblico, sovvenzioni per i prodotti di prima necessità, politica di reinserimento dei giovani diplomati attraverso il programma Amal, ecc.) sono poco visibili, perché senza effetti reali sui più poveri. Trotsky aveva ragione quando ha scritto nel 1926 che “la disillusione di una parte consistente delle masse oppresse nelle conquiste immediate della rivoluzione e la riduzione dell’energia e dell’attività rivoluzionaria di classe produce una ripresa di fiducia tra le classi contro-rivoluzionarie”(9)  


La rivoluzione e la contro-rivoluzione nel mondo arabo sono il frutto della lotta di classe. Sono state le disumane condizioni di esistenza di larghe fasce popolari che hanno prodotto queste sollevazioni. Il rifiuto di democrazia e la resistenza ad ogni cambiamento delle borghesie locali e dell’imperialismo, responsabili di interi decenni di sfruttamento e umiliazione, dimostrano che la rivoluzione è una lotta di ampio respiro. Ma anche la contro-rivoluzione ha i suoi limiti. Gli Stati Uniti sono alle prese con una crisi economica e finanziaria da cui non riescono ad uscire. La Camera ei rappresentanti ha adottato il 13 giugno 2011 un emendamento che vieta l’utilizzazione di fondi per finanziare l’intervento in Libia. Gli Stati Uniti non hanno più i mezzi, come qualche anno fa, per realizzare le proprie ambizioni. Il fallimento cocente dei loro interventi in Iraq ed in Afghanistan sono esempi dell’indebolimento dell’imperialismo USA. Anche l’Arabia Saudita deve affrontare la contestazione dello status quo e la profonda aspirazione al cambiamento del popolo saudita. Sulle reti sociali i giovani si esprimono e preparano il futuro che passerà necessariamente per la contestazione della monarchia. La convergenza delle lotte dei popoli del sud e del nord del mediterraneo può aprire prospettive più luminose. E come scriveva il romanziere e giornalista yemenita Ahmad Zein nella sua lettera a Mohamed Bouazizi: “Più niente è impossibile dopo che tu hai indicato la strada col tuo corpo che continua a bruciare come una torcia luminosa nello spirito dei popoli”.


(1) “Repressione e resistenza in Bahrein”: 
http://www.ossin.org/bahrein/bahrein-repressione-arabia-saudita-intervento-bahrein.html
(2) 
http://www.nytimes.com/2011/06/09/world/middleeast/09intel.html?_r=1&hp
(3) Leggere in arabo:
http://www.facebooom/media/set/?set=a.182693685113633.42241.169040416478960
(4)  
http://www.france24.com/fr/20110115-le-colonel-kadhafi-regrette
(5)  
http://www.comite-valmy.org/spip.php?article1536
(6) Centinaia di uomini e donne, soprattutto lavoratori africani, muoiono ugualmente nel Mediterraneo, nel tentativo di fuggire dalla Libia. Il Gisti sta per depositare una denuncia contro la Nato, l’Unione Europea e i paesi della coalizione che è intervenuta in Libia:
http://www.gisti.org/spip.php?article2304
Vedere anche la testimonianza di Donatella Rovera, consigliere speciale di Amnesty International, che accusa i “ribelli libici” di commettere crimini contro i migranti africani. Le Monde del 24 giugno 2011 pag. 5
(7) 
http://www.info-palestine.net/article.php3?id_article=10793#01
(8) 
http://www.ossin.org/tunisia/luc-chatel-bnp-paribas-ben-ali.html
(9) 
http://www.marxists.org/francais/trotsky/oeuvres/1926/11/lt19261126.htm

 
 
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