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Analisi - Non è vero che l'Africa è solo un paese di emigrazione, l'immigrazione interna è di gran lumga più imponente di quella che si riversa in Europa.
 
E provoca tensioni e reazioni xenofobe non diverse da quelle che si registrano sempre di più nei ricchi paesi occidentali.
 
Un articolo di Jeune Afrique, tradotto in italiano a cura di ossin.


(Nella foto, immigrato dello Zimbabwe dato alle fiamme in una township sudafricana)

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Sogni e disavventure    
Jeune Afrique, 14/20 settembre 2008
Africa – Sogni e disavventure degli immigrati interni

Nel continente ci sono almeno 17 milioni di migranti. Se la maggior parte vive  tranquillamente nei paesi che li ospitano, le situazioni di rifiuto sono frequenti. L’Africa deve imparare a governare i propri flussi di migrazione interna se vuole essere credibile nella sua lotta contro i ripiegamenti dell’Europa.
di Sophie Bouillon

Il mondo intero l’ha visto morire. Innaffiato di benzina, mani e ginocchi a terra, un immigrato dello Zimbabwi è stato immolato in una township sud africana per la sola ragione di non vivere a casa sua. Era uno “straniero” e dunque responsabile di tutti i mali. Le violenze xenofobe hanno fatto sessanta morti nel maggio scorso in Africa del Sud ed hanno offuscato per lungo tempo i colori mescolati della nazione arcobaleno.
 
Molti capi di Stato africani si sono indignati ed hanno ottenuto delle scuse dal presidente Thabo Mbeki, tanto più che la fiammata di violenza era prevedibile. Nel 1998, un’inchiesta della Southern African Migration Project, un gruppo di studio sulle migrazioni in Africa Australe, denunciava “un sentimento ostile nei confronti degli stranieri”, soprattutto degli immigrati dall’Africa francofona e lusofona, banditi a causa della barriera linguistica e delle differenze culturali. Ma la xenofobia non è sfortunatamente rara nel continente.

 

E i trattamenti riservati dalle Autorità alle popolazioni immigrate sconfinano spesso nell’arbitrio. Niente comunque che autorizzi a dare lezioni di morale all’Europa.
Recentemente il governo angolano ha voluto fare “piazza pulita” alla vigilia delle elezioni del 5 settembre, espellendo più di 72.000 congolesi. Stando all’ultimo rapporto dell’Ocha (Ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’ONU) sarebbero stati più di 140.000, tra il 2003 ed il 2007, i rimpatri nella Repubblica Democratica del Congo, “in uno stato di grande vulnerabilità”.

Per quanto ostenti un panafricanismo di facciata, la “Guida” Mouammar Kaddafi ha deciso anche lui di limitare la presenza subsahariana, che rappresenta più del 20% della popolazione libica.
Il metodo è radicale. Tripoli lancia periodicamente delle “cacce allo straniero”, beneficiando dal 2000 di aiuti finanziari della Comunità europea per rimandarli a casa. “La Libia non è un paese sicuro per i migranti, i richiedenti asilo ed i rifugiati”, ritiene l’organizzazione Human Rights Watch, che denuncia gravi violazioni dei diritti dell’uomo. Ma cosa dire di quello che succede in tutto il Maghreb nei confronti dei Subsahariani in partenza per l’Europa? Tutti ricordano ancora l’allontanamento verso il deserto marocchino – “praticamente senza viveri e senza acqua” secondo Amnesty International – dei clandestini dopo gli assalti alle due enclaves spagnole di Melilla e Ceuta, nell’ottobre 2005.

In Algeria i candidati all’esilio, già sfiniti dalla traversata del Sahara, vivono il più delle volte in condizioni deplorevoli, allo stesso modo di quelli che si ammassano nel campo di Maghnia, in pieno sud, lungo un fiume prosciugato.

Africa nomade
L’Africa centrale non è da meno. Nel 1995 Libreville ha imposto il rimpatrio a 150.000 immigrati. Dei “boat people” erravano lungo le coste del Benin, in attesa che Cotonou accettasse di accoglierli. Nella capitale del Gabon ci si lamentò di non trovare più pane fresco la mattina: tutti i panificatori camerunesi e della Guinea equatoriale erano partiti. D’altronde anche Malabo (capitale della Guinea Equatoriale, ndt) è restia ad integrare una manodopera straniera attirata da quello che viene presentato come il nuovo eldorado petrolifero.
In misura minore, anche in Congo gli africani dell’Ovest del quartiere Poto-Poto di Brazzaville sentono talvolta – a giusta ragione – di non essere a casa propria. Una parte degli abitanti di Addis Abeba, in Etiopia, accolgono freddamente gli espatriati dell’Unione Africana. I rifugiati venuti in Kenya dai paesi vicini, parcheggiati nelle bidonville intorno a Nairobi, temono costantemente di essere rispediti a casa senza riguardi. Decisamente la lista è lunga. E non esaustiva.

L’Africa dunque non è più un grande continente nomade? Nelly Robin, ricercatrice all’Istituto di ricerca per lo sviluppo (IRD), con sede a Dakar, e specialista di migrazioni, vuole ancora credervi. Ella ha percorso tutta l’Africa dell’ovest, incontrando i migranti e le loro famiglie. “Ho chiesto a delle madri quanti dei loro figli erano espatriati e loro mi rispondevano: nessuno – racconta - Poi un giorno ho capito che fino a quando i figli non sono in Europa, per loro non si trovano all’estero, è normale!”

La popolazione africana è la più mobile del mondo. Con gli scambi incoraggiati dalla mondializzazione, l’esplosione demografica e l’instabilità politica sul continente, il fenomeno si è intensificato. Queste migrazioni non sono orientate esclusivamente da sud a nord. L’immagine di una Europa “fortezza assediata” deve essere largamente attenuata, se solo si faccia attenzione ai dati numerici.

La sola Africa dell’Ovest conta 7,5 milioni di immigrati. Sono ufficialmente più di 1 milione in Africa australe ma, se si stima anche il numero di clandestini, si arriverebbe a 3 milioni nella sola Africa del Sud. I paesi ricchi della Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico (OCDE) contano ufficialmente 7,2 milioni di immigrati africani. Se ne calcolano 17 milioni sull’intero continente. Ognuno con la sua storia ed il suo percorso.

Libera circolazione imperfetta

“Ancora qualche anno fa, i flussi migratori seguivano linee piuttosto fisse – spiega Laurent Bossard, direttore aggiunto del Club del Sahel dell’OCDE – Oggi i flussi sono mutevoli e la gente si sposta in funzione delle nuove strade verso l’Europa o delle crisi politiche, senza che si possa chiaramente identificarle”.

Terre tradizionalmente di emigranti, come il Senegal o il Burkina, sono diventate paesi di accoglienza durante la crisi ivoriana. Gran terra di immigrazione, la Costa d’Avorio, è oramai colpita dalla emigrazione di parte della sua gioventù, attirata dall’eldorado europeo. Lo Zimbabwe negli anni 1990 accoglieva immigrati dello Zambia e del Malati. Oggi più di un quarto degli Zimbabwesi vive all’estero, soprattutto in Africa del Sud. “A lungo termine le violenze dello scorso maggio non avranno alcuna efficacia dissuasiva sulle persone che arrivano”, assicura Frans Cronje, dell’Istituto di relazioni razziali di Johannesburg. “Ma se il governo non controlla il fenomeno, non ci si potrà più stupire se scoppia di nuovo! Il Botswana e l’Africa del Sud non possono da soli assorbire i flussi migratori dallo Zimbabwe e dal Mozambico”, conclude.

Più inquietante, uno studio rivela che l’84% dei Sud-Africani pensa che vi siano troppi immigrati nel loro paese.
In teoria i paesi della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (SADC) hanno formato accordi per la libera circolazione. Ma in pratica questi accordi non sono applicati. Da questo punto di vista si trova una situazione analoga nell’ambito della Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (Cemac). Il passaporto regionale è ufficialmente entrato in vigore, ma è ben lontano dall’essere operativo.

In Africa dell’ovest, per contro, se è ancora troppo presto per parlare di perfetta integrazione, lo spazio subregionale comincia a diventare una realtà. Le seccature alle frontiere non sono state del tutto eliminate, si è ancora lontani, ma il passaporto della comunità economica degli Stati dell’Africa dell’ovest (CEDEAO) si va generalizzando.

Minacce europee
Ma questa eredità degli imperi e dei regni africani, questo prolungamento naturale degli scambi commerciali sono oggi minacciati dalla politica restrittiva del Nord ed il ricorso ad accordi bilaterali. Nel 2006, la Francia ed il Senegal hanno per esempio firmato un accordo “per una gestione concertata” dei flussi migratori. In conseguenza di ciò Dakar, su pressione di Parigi, partecipa al dispositivo europeo per la sicurezza delle frontiere esterne (Frontex) : sono stati intercettati più di 4200 clandestini. “Se questo fenomeno crescesse,  rischia di provocare delle tensioni – denuncia Nelly Robin – Il Senegal finisce col fare il gendarme dell’Europa sul proprio territorio”. Col rischio che Dakar decida un giorno di chiudere le sue frontiere, minando in questo modo l’insieme del processo di integrazione regionale.

“Le migrazioni nell’Africa dell’ovest sono nonostante tutto un fattore di stabilità”, sostiene Nelly Robin. Gli esempi non mancano. Basti pensare alla crescita della Costa d’Avorio dovuta in parte ai lavoratori del Burkina Faso nelle piantagioni di cacao o di caffé o alla costruzione della Transgabon, negli anni ’70, possibile grazie alla mano d’opera nigeriana, camerunese o dell’Africa dell’Ovest. Non è certo che tali argomenti abbiano un forte peso nelle negoziazioni in corso. L’Africa indicata come terra di emigrazione si ritrova sola a gestire la sua propria immigrazione. Correndo il rischio del ripiegamento identitario e della xenofobia.

Tre domande a IBRAHIM AWAD, direttore del programma delle migrazioni all’Ufficio internazionale del lavoro (BIT)

Domanda: Quali sono le dimensioni dell’immigrazione in Africa?
Risposta: Non sono disponibili cifre esatte, ma si stima che vi siano due volte di più di migranti internazionali in Africa dell’Ovest che in Europa. Solo il 3% degli emigrati del Mali sono in Europa! In Africa il nazionalismo contraddice la storia del continente. Prima della colonizzazione, non dimentichiamo che non vi erano frontiere!
Le frontiere sono riconosciute a livello internazionale, ma spesso non hanno alcun senso a livello locale. Quando si appartiene al medesimo gruppo etnico, gli spostamenti sono naturali anche se si deve passare una frontiera. D’altra parte queste frontiere, spesso assai ampie, sono difficilmente controllabili. Adesso che esistono non le si possono sopprimere, bisogna arrangiarsi…

Domanda: Sarebbe opportuno che siano controllate?
Risposta: No. Si potrebbe bene immaginare una certa regione con dei movimenti di popolazione regolari, legali. In questo modo parteciperebbero allo sviluppo di una regione comune. Le migrazioni permetterebbero di rafforzare la cooperazione regionale, in un primo tempo, poi continentale. L’immigrazione può essere vettore di stabilità regionale.

Domanda: D’altra parte tutte le organizzazioni regionali (Cedevo, SADC…) prevedono la libera circolazione delle persone. Come spiegare il fatto che tale disposizione non è rispettata dovunque?
Risposta: In Africa non si consente la completa libertà di circolazione, come dappertutto nel mondo, in quanto vi sono diversità tra i redditi medi di ciascun paese. Ciò si pone in contraddizione con la volontà degli Stati di realizzare un mercato del lavoro a livello nazionale, che si integri in una logica regionale. Ogni Stato cerca di favorire i suoi cittadini, specialmente in presenza di alti tassi di disoccupazione. L’immigrazione diventa un problema, crea degli squilibri in quanto i tassi di sviluppo dei vari paesi sono diversi, concorrenza sul mercato del lavoro, disparità in termini di povertà o di difficili condizioni di vita per gli autoctoni. Bisogna dunque privilegiare un approccio regionale per ridurre la pressione sui singoli mercati nazionali. 
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